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Ricorso cartella esattoriale: è possibile anche dopo avere pagato?

Sapete che è possibile fare ricorso per una cartella esattoriale anche dopo averla pagata? Andiamo con ordine: avete presente quando si dice che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo?

In ambito legale e soprattutto tributario è opinione comune che chi paga subito lo fa perché sa di essere nel torto. In altre parole, se un contribuente riceve una cartella esattoriale, magari relativa ad una tassa non versata, e la paga seduta stante, potrebbe averlo fatto perché pensa che la cartella sia un atto dovuto.

Non è assolutamente così! Anzi è possibile fare ricorso anche per una cartella esattoriale già pagata. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ribadisce un fatto che molti non addetti ai lavori ignorano: il pagamento di una cartellapuò avvenire per evitare successivi atti espropriativi e non può e non deve essere considerato come “comportamento di acquiescenza alla pretesa tributaria”. (Civile Ord. Sez. 6  Num. 20962  Anno 2020). Una conferma di quanto già espresso con una sentenza (la n. 3347) del febbraio 2017.

Acquiescenza alla pretesa tributaria

Ma cosa significa acquiescenza alla pretesa tributaria? Con tale termine si indicano gli effetti giuridici di un provvedimento a proprio carico.

In altre parole, un inequivocabile comportamento di accettazione del debito e la volontà di non impugnare l’atto presentando un ricorso alla Commissione Tributaria competente.

Probabilmente il primo pensiero dopo aver ricevuto una cartella esattoriale (o un atto simile: intimazione di pagamento; avviso di addebito INPS, ecc.) con la minaccia di pignoramento può spingere il contribuente a saldare una cartella.

Proprio per non rischiare di incorrere in ulteriori atti impositivi o espropriativi, in modo particolare quando l’ammontare della cartella in questione non è troppo oneroso.

La Giurisprudenza, però, in questo caso viene in soccorso del contribuente troppo zelante che decide di pagare al solo scopo di non incorrere in un’esecuzione forzata da parte dell’agente della riscossione.

In questo caso, infatti, il contribuente ha tutto il diritto di impugnare la cartella giù pagata, qualora la consideri illegittima, chiedendo il rimborso di quanto versato al Fisco.

Spesso il contribuente, spaventato dall’ipotesi di chiedere un parere legale ad un esperto in diritto tributario o dalla minaccia di esecuzioni forzate, sceglie di pagare una cartella anche se non è certo della sua legittimità. Pensiamo al possibile pignoramento di beni mobili o immobili legati all’attività lavorativa.

In tutti i casi in cui il contribuente si è trovato a saldare una cartella e dopo il versamento ha riscontrato possibili motivi validi per l’impugnazione non tutto è perduto. È, infatti, possibile presentare il ricorso per chiedere l’annullamento della cartella.

Nella sentenza, infatti, si legge che “Nella specie, parte contribuente ha allegato sin dal primo grado di giudizio che il pagamento, intervenuto in corso di causa, è avvenuto non spontaneamente, ma per evitare successivi atti espropriativi in proprio danno, il che non può essere qualificato come comportamento di acquiescenza alla pretesa tributaria.”

Anche la rateizzazione non implica l’acquiescenza

E non è finita, anche l’eventuale richiesta di rateizzazione non implica l’acquiescenza. In tanti, anche fra quanti ci contattano per avere informazioni, avete sollevato il dubbio se fosse o meno possibile fare ricorso.

Anche in questi casi la richiesta di rateizzazione non preclude la possibilità di impugnare l’atto, salvo che nei casi in cui la rateizzazione sia legata ad una delle recenti rottamazioni.

Per qualsiasi dubbio scegliete l’assistenza di un legale esperto in ambito tributario, contattateci: la valutazione della situazione e delle azioni da intraprendere è sempre gratuita e senza impegno.

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