Referendum 12 giugno

Referendum sulla Giustizia del 12 giugno: la nostra posizione

Se ne è parlato poco, anzi: pochissimo. E quasi sempre al puro scopo di fare polemica. Molti lamentano che i quesiti posti sono troppo “difficili” e lontani dalla portata (e dagli interessi) del cittadino medio; alcuni arrivano addirittura a consigliare di non andare a votare, nel nome di quella che dovrebbe sembrare un’incredibile forma di protesta a “tutela della democrazia”.

Sul serio? Non andare a votare sarebbe un modo di tutelare la democrazia?

Di fronte a un panorama così squallido, e nel silenzio assordante dei media generalisti, abbiamo deciso di esporci e mettere in chiaro la nostra posizione. Che nasce, lo sottolineiamo, non da ideologie o posizioni politiche ma dall’esperienza quotidiana di chi tutti i giorni ha a che fare con la macchina giudiziaria e ne tocca da vicino tutte le falle.

Poi ognuno è libero di crearsi una sua opinione e agire di conseguenza.

Purché lo faccia. Per andare al mare c’è tempo!

Ecco quindi, in modo schematico, la guida al Referendum punto per punto.

Referendum 12 giugno: perché andiamo a votare?

Siamo chiamati a votare su 5 quesiti che riguardano Leggi attualmente in vigore: il nostro voto deciderà se rimarranno in vigore così come sono o se verranno cancellate (abrogate in gergo legale). Ecco perché si parla di referendum “Abrogativo”.

In pratica, è come se per ogni scheda dovessimo rispondere alla domanda: “Volete voi, popolo italiano, cancellare la legge XXXX?”

Se vogliamo che venga cancellata, dobbiamo votare SI.

Se vogliamo che rimanga, dobbiamo votare NO.

Vediamo uno per uno tutti i quesiti del Referendum sulla Giustizia:

Quesito n. 1: abrogazione del Decreto Severino (scheda rossa)

Il Decreto Severino che stabilisce che i politici condannati per alcuni gravi reati (es. corruzione) non possono candidarsi alle elezioni o assumere cariche pubbliche; se già le rivestono, si prevede la decadenza immediata.

La nostra opinione.

Riteniamo che la Legge debba essere uguale per tutti. E il Decreto Severino non lo è: distingue infatti tra i politici parlamentari e gli amministratori locali (leggi, i sindaci). Per i parlamentari scatta solo dopo la sentenza definitiva (coi tempi della Giustizia italiana); per gli amministratori italiani, dopo la sentenza di primo grado. Per fare degli esempi, è per il decreto Severino che Silvio Berlusconi, non a seguito della condanna per frode fiscale subita nel 2013, non poté candidarsi. Ma… ricordate la sindaca di Crema, che nel 2021 venne indagata perché un bambino si era schiacciato le dita in una porta a scuola? L’accusa altisonante era “abuso d’ufficio”. E non è certo un caso isolato… Proprio per questo, il decreto è stato spesso oggetto di critiche da parte dell’Anci – Associazione Comuni Italiani, che ha chiesto spesso di modificarla.

Inoltre, il Decreto Severino condiziona condiziona l’accesso al parlamento (assemblea elettiva in cui risiede la sovranità) alle decisioni di un corpo dello Stato non elettivo (e privo di attributi di sovranità) quale è il Tribunale.

Quindi, SI: abroghiamolo!

Quesito n. 2: limitazione delle misure cautelari (scheda arancio)

Attualmente quando l’accusa denota il rischio che un indagato manometta le prove (inquinamento probatorio) o reiteri lo stesso reato, può sottoporlo a custodia cautelare, ovvero restringere la sua libertà mettendolo agli arresti domiciliari o in carcere. Per provare che questo rischio esiste, ci si rivolge a determinati criteri.

La nostra opinione.

I criteri sopra citati fanno acqua da tutte le parti: sono un labirinto di sillogismi che guarda più agli aspetti formali che alla realtà dei fatti. La conseguenza è che questo strumento, utilissimo in casi di emergenza, è stato abusato: in Italia il 31% degli indagati viene messo in custodia cautelare, praticamente quasi 1 su 3. E se poi l’indagato risulta innocente? I dati ci dicono che accade in circa il 10% dei casi. E quei casi hanno diritto a un risarcimento danni…

La custodia cautelare non può diventare un “anticipo della pena”. Si va in carcere solo se condannati, non se sospettati. Senza contare che in alcuni casi potrebbe trasformarsi uno strumento coercitivo per indurre l’indagato a determinati comportamenti.

Quindi: SI, abroghiamolo!

Fonte; https://www.filodiritto.com/luso-e-labuso-del-potere-cautelare-italia

Quesito n. 3: separazione delle carriere (scheda gialla)

Attualmente in Italia esiste un’unica figura giuridica, il “magistrato”, che può svolgere di volta in volta sia il ruolo di giudice sia quello di pubblico ministero (che dirige le indagini e, nei processi, sostiene l’accusa).

La nostra opinione

Il sistema giuridico italiano non distingue tra magistrati che “accusano” e magistrati che “giudicano”: al contrario, chi fino a ieri era un accusatore può vedersi improvvisamente trasformato in giudice, e viceversa.

Una situazione talmente paradossale che si fa fatica a crederci e che non trova riscontro in altri Paesi democratici, dove la separazione delle carriere è una realtà consolidata. Se la legge verrà abrogata, il magistrato verrà chiamato a scegliere quale ruolo vuole rivestire, se quello di accusatore o di giudice, e quel ruolo rimarrà invariato per tutta la carriera. L’equilibrio democratico si basa sulla separazione dei poteri e la Giustizia deve dare l’esempio.

Quindi SÌ: eliminiamo quest’abominio! Fare il giudice è una cosa, cercare colpevoli è un’altra.

Quesito n. 4: Valutazione dei magistrati (scheda grigia)

Ogni organizzazione ha un organo di controllo che supervisiona il comportamento dei suoi membri. Nel casi dei magistrati, esiste una gerarchia di organi di controllo al cui vertice è il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) composto da magistrati. Al di sotto si trovano i Consigli Giudiziari, che operano su base territoriale, e il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione anch’essi composti da magistrati. 

La nostra opinione.

Attualmente l’operato dei magistrati viene valutato solo da altri magistrati. Come dire che uno studente può passare un esame dopo essere stato valutato da altri studenti! Questa situazione induce ad atteggiamenti autoreferenziali e corporativi. Se passa il sì, i Consigli Giudiziari, che operano su base territoriale, e il Consiglio direttivo della Corte di cassazione apriranno le porte anche ad avvocati e professori universitari.

Quindi, SI!: abroghiamo questa forma di autoreferenzialità e aumentiamo la 

la trasparenza delle decisioni degli organi di autogoverno della magistratura.

Quesito n. 5: Elezione dei membri del CSM (scheda verde)

Come si diventa un “supergiudice” del CSM? A parte i membri istituzionali (Presidente della Repubblica, presidente della Suprema Corte di Cassazione e Procuratore Generale presso la stessa corte) gli altri 24 componenti sono membri eletti. Da chi? Dagli stessi magistrati (2/3 del totale) o dal Parlamento (1/3 del totale). Il magistrato che vuole candidarsi deve però presentare dalle 25 alle 50 firme a suo supporto: questo significa, di fatto, attestare l’adesione a una “corrente”. Con la riforma, la necessità delle firme verrebbe meno e sarebbe sufficiente candidarsi.

La nostra opinione.

Fino al 1958, tutti i magistrati in servizio potevano proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura. La situazione attuale offre troppi spiragli alla politica per intromettersi negli affari della Magistratura, che deve rimanerne indipendente e distaccata. Inoltre, induce ad atteggiamenti “bizantini” che nella loro forma peggiore hanno, negli ultimi anni, dato carta da mangiare ai rotocalchi.

Quindi SI!: torniamo ad una forma di elezioni più trasparente e indipendente per il CSM.

Queste sono le nostre motivazioni. Speriamo vi siano utili.

Buon voto a tutti!

Morbinati & Longo avvocati
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