Crowd4Africa

Crowd4Africa15 studenti dell’Istituto M. Massimo di Roma dei Padri Gesuiti, coadiuvati da 20 professionisti e genitori volontari e da 69 ragazzi e 40 genitori del corso Making 3D Printers, forniranno a due ospedali africani un sistema completo per produrre protesi e pezzi di ricambio utilizzando rifiuti plastici (tappi di bottiglia, contenitori, etc.).

Il sistema è composto da:

  • una tritatrice che sbriciola la plastica,
  • un estrusore che la fonde e crea un filo plastico,
  • due computer ed un archivio di oggetti 3D da stampare
  • un sistema di acquisizione 3D
  • una stampante 3D in grado di produrre oggetti anche di grandi dimensioni e due stampanti 3D di servizio
  • un set di ricambi ed attrezzature
  • la documentazione e i tutorial

I primi due ospedali individuati si trovano a Gulu (Uganda) e Kenge (Congo), luoghi nei quali servono protesi e ricambi introvabili sul posto o reperibili con tempi e costi spesso insostenibili.

Il Lacor Hospital è il più grande ospedale non a scopo di lucro dell’Africa equatoriale: ogni anno cura 250.000 pazienti.

Nel centro Caritas di Kenge opera l’unico medico curante (Chiara Castellani) per 150.000 abitanti in un territorio di 5.000 kmq.

Qui maggiori informazioni.

La Rivelazione e i suoi usi teologico-politici

RF13Dal 25 al 27 settembre Nocera Umbra ospiterà il XIII Ritiro Filosofico, organizzato dall’associazione che porta lo stesso nome. Si tratta, com’è noto a soci e amici dell’Associazione, di un’esperienza unica, grazie alla particolare formula residenziale che caratterizza da sempre i Ritiri.
L’imminente XIII edizione avrà per tema La rivelazione e i suoi usi teologico-politici e sarà tenuta dal professor Filippo Mignini, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Macerata, profondo conoscitore della filosofia moderna e grande esperto del pensiero di Baruch Spinoza. Sullo sfondo, la consapevolezza del forte ritorno della religione sulla scena pubblica e la necessità dunque di di indagare i modi in cui la Rivelazione è stata utilizzata per scopi teologico-politici, dall’antichità fino all’epoca moderna.
Come sempre, il Ritiro Filosofico vuole essere un momento di analisi e di riflessione, condotta sui testi filosofici, ma che non si perda in un linguaggio iniziatico ed esclusivo. Durante le quattro sessioni in cui è articolato il Ritiro il relatore illustrerà l’argomento della sessione e, a seguire, i partecipanti saranno impegnati in una serrata discussione sui temi emersi: è questo il momento in cui si fa davvero filosofia, si costruisce un pensiero, si pensa, insieme, in modo critico.
La formula residenziale è l’ulteriore motivo di unicità e particolarità dell’esperienza di Ritiri Filosofici; condividere gli stessi luoghi anche durante i momenti conviviali permette al gruppo dei partecipanti di strutturarsi in maniera coesa e di incrociare profondamente le reciproche competenze e sensibilità, in una forma irraggiungibile durante i convegni ordinari.
Il tutto si svolge nella splendida cornice di Nocera Umbra, nel punto più alto della città, sotto il così detto Campanaccio, all’interno dell’ex seminario vescovile.
Per maggiori informazioni, costi e prenotazioni si può visitare  www.ritirifilosofici.it o contattare l’Associazione alla mail ritirifilosofici@gmail.com

Lo Studio è lo sponsor del XIII Ritiro Filosofico.

Licenziamento orale e riparto dell’onere della prova

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In un articolato provvedimento, il tribunale di Velletri è intervenuto sulla questione del riparto dell’onere della prova nell’ambito di in giudizio avente ad oggetto l’impugnativa di un licenziamento orale.

Invero, il contrasto interpretativo in ordine alla parte cui spetti fornire la prova della sussistenza del licenziamento nelle controversie in cui vengano postulate spettanze nascenti da tale atto giuridico, ritiene il decidente che gravi sul lavoratore che agisce in giudizio l’onere di provare la situazione di fatto posta a fondamento del diritto.Secondo un indirizzo interpretativo la prova gravante sul lavoratore sarebbe “limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sull’eccipiente ai sensi dell’art. 2697, comma secondo, cod. civ.” (cfr., per tutte, Cass. 13 aprile 2000, n. 4760 e, più di recente, Cass. n. 7614 del 13 aprile 2005, la quale ha rimarcato come l’indagine del giudice del merito deve essere particolarmente rigorosa, data la rilevanza dell’accertamento rimessogli, e Cass. n. 18087 del 27 agosto 2007). Per contro, risulta maggiormente coerente al sistema ordinamentale il diverso indirizzo interpretativo della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il lavoratore, il quale deduca che il rapporto di lavoro abbia avuto conclusione a causa del licenziamento intimatogli dal datore di lavoro, e impugni l’allegato licenziamento, ha l’onere di provare il licenziamento stesso, quale fatto costitutivo dei diritti fatti valere, mentre non è sostenibile che spetti al datore di lavoro provare che il rapporto, al contrario, sia terminato a causa di un abbandono del posto di lavoro da parte del lavoratore (cfr. Cass. 27 luglio 2000, n. 9843 e Cass. 21 settembre 2000, n. 12520 e, da ultimo, Cass. n. 21607 del 16 ottobre 2007 e Cass. n. 18523 del 9 settembre 2011). Sotto tale profilo, la Suprema Corte, nella citata pronuncia n. 9843/2000, ha evidenziato come la contrapposta tesi interpretativa, secondo cui l’abbandono del posto di lavoro costituisce solo una premessa di una possibile lecita e legittima risoluzione, ma non la risoluzione stessa, la cui prova, quale fatto estintivo del rapporto, incomberebbe sulla parte datoriale, “benché suggestiva, non convince perché … si fonda, complessivamente, su un errore di diritto, in quanto è diretta, senza alcuna giustificazione normativa, ad esonerare dalla prova del fatto costitutivo della domanda colui che ne pretende l’accoglimento, trasferendo l’onere anticipato della prova contraria alla controparte”. Approfondendo questo tema di indagine, la motivazione seguita dai Giudici di legittimità ha precisato che, anche a volere ritenere che l’onere probatorio che si configura in capo al lavoratore concerna un fatto negativo (la circostanza dell’abbandono del posto di lavoro da parte dell’istante), anche questo tipo di prova può essere data o, comunque, desunta da uno specifico e positivo fatto contrario, poiché la negatività dei fatti da dimostrare non esclude, né inverte, l’onere della prova. Concludendo sul punto, premesso che “è proprio la regola della prova surriferita che assegna, in prima battuta, la dimostrazione del fatto a colui che l’afferma a fondamento del suo diritto, solo allora sorgendo la necessità, per la controparte, di contrastarne l’esito con l’opposta dimostrazione”, la Suprema Corte ha tratto la conseguenza che “solo qualora questo protocollo si sviluppi in modo equilibrato, nel rispetto delle reciproche posizioni e cadenze processuali, sarà il giudice a doverne dare una accurata e prudente valutazione (v. Cass., 26 ottobre 98, n. 10648; 13 novembre 97, n. 11243; 11 marzo 95, n. 2853), mentre se la prova del fatto costitutivo della pretesa manca, o è svalutata, anche indipendentemente dall’esistenza della prova contraria, (ad esempio per la sua inattendibilità oggettiva), non si pone un problema di bilanciamento della prova e, conseguentemente, l’esito del giudizio trova la sua soluzione in conformità alla regola dettata dall’art. 115, cod. proc. civ.”. Inoltre, passando a vaglio critico il principio di diritto enunciato nella sentenza 11 marzo 1995, n. 2853, cui si è attenuta anche la citata pronuncia n. 4760/2000, nella sentenza n. 12520 del 21 settembre 2000 la Corte di Cassazione, esaminando il caso concreto oggetto del ricorso, ha precisato che il termine “estromissione”, era stato in quel contesto utilizzato “quale sinonimo di quello di “espulsione”, e, perciò, di “licenziamento” e non potendo quindi intendersi usato - come si è invece obiettato, al fine di sorreggere le ragioni che giustificherebbero una critica negativa della affermazione del principio – come “artificio verbale di chiamare estromissione ogni cessazione del rapporto di cui non sia chiara la genesi””; con la conseguenza che “non è contestabile che la stessa esistenza del licenziamento deve configurarsi quale “fatto costitutivo” della domanda di impugnazione del licenziamento” – o, per quanto riguarda il caso di specie, del diritto all’indennità sostitutiva del preavviso -; pertanto, “ai sensi dell’articolo 2697 del codice civile, deve ritenersi gravante sul proponente della azione l’onere di fornire la prova dell’evento “licenziamento”, non potendo certamente ritenersi che, in materia, viga una regola di inversione dell’onere probatorio, secondo la quale il lavoratore possa limitarsi a una mera allegazione della circostanza, restando obbligato il datore di lavoro a fornire la dimostrazione che il recesso sia stato dovuto ad altra causa, essendo invece sufficiente che – ai sensi della disciplina dettata in via generale dal codice in tema di ripartizione dell’onere probatorio – il convenuto si limiti alla semplice negazione del fatto costitutivo del diritto esercitato dalla controparte. Evidentemente, nella ipotesi in cui esso convenuto abbia contrapposto una difesa che sia specificamente articolata su fatti diversi da quelli posti a base della domanda avversaria, sorgerà, in concreto, un onere probatorio a suo carico, circa le eccezioni proposte, nel momento in cui la controparte abbia fornito la prova del suo assunto”.
Né, a parere del decidente, potrebbero sovvertirsi le regole generali in tema di prova nel processo civile soltanto per la particolare difficoltà che potrebbe avere il lavoratore a fornirla, perché analoghe, se non maggiori, difficoltà incontrerebbe il datore di lavoro, per il quale sarebbe arduo dimostrare di non avere intimato un provvedimento espulsivo. Peraltro, nell’ottica di esecuzione del rapporto secondo buona fede il lavoratore, magari licenziato verbalmente in un contesto riservato e senza nessun testimone, ben potrebbe tornare in azienda al fine di riprendere servizio e rendere palese e manifesto il rifiuto datoriale e la cessazione del rapporto per circostanze imputabili alla controparte.
Alla stregua di questi presupposti ermeneutici, la ricorrente avrebbe dovuto dimostrare non soltanto di non avere più reso la prestazione lavorativa, ma anche che ciò sia stato determinato da un comportamento ascrivibile alla parte datoriale, che ha intimato il recesso dal rapporto. Siffatta opzione ermeneutica, maggiormente in linea con i principi generali che regolano il riparto dell’onere probatorio nel processo civile merita, a parere del decidente, un avallo definitivo alla luce del recente intervento normativo contenuto nella legge n. 92/2012, che ha riscritto l’art. 18 della legge n. 300/1970, prevedendo la tutela reale in tutte le ipotesi, tra l’altro, di licenziamento orale, con l’adozione di uno speciale rito della tutela reintegratoria da cui sono escluse tutte le altre domande non fondate sui medesimi fatti costitutivi (cfr. art. 1, commi 47 ss.). Se, infatti, il legislatore ha congegnato un rito speciale fondato sulla sussistenza di un licenziamento, anche se non adottato in forma scritta, è giocoforza concludere che chi agisca in giudizio sia tenuto a comprovare i fatti costitutivi della sua azione, ossia di avere proposto la domanda a fronte di un atto espulsivo comminatogli dal datore di lavoro.

Tribunale di Velletri, Sezione Lavoro, Dr Russo, ordinanza 20 marzo 2015.

La compensazione delle spese nei confronti della pubblica amministrazione.

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La Corte di cassazione ha affermato l’importante principio a mente del quale la controparte pubblica amministrazione deve essere condannata al rimborso delle spese di lite anche quando è rimasta contumace nel giudizio in cui è stata poi dichiarata soccombente. Più precisamente, la Corte ha affermato che:

non può perciò avere rilievo alcuno, ai fini dell’applicazione della disciplina fissata nell’art. 92 cpc la circostanza che la parte che ha dato causa al processo abbia poi omesso di costituirsi in esso e comunque di dispiegare attività difensiva, condotta alla quale va attribuita valenza totalmente neutra siccome inidonea a costituire indice di esclusione del dissenso e addirittura di adesione all’avversa richiesta e che anzi può semmai considerarsi espressione di mera indifferenza rispetto alle ragioni di economia che dovrebbero indurre le parti (specie quelle pubbliche) all’adozione di ogni cautela utile ad evitare inutili dispendi di energia processuale

Corte di cassazione, Sezione 6T, 13 gennaio 2015 n. 373/15

La revocazione ex art. 395 c.p.c. nel processo tributario.

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In una recente decisione, la Commissione tributaria regionale di Roma ha ammesso l’esperibilità del giudizio di revocazione ex art. 395 c.p.c. nel processo tributario.

Il giudice di secondo grado, per evidente svista materiale o “abbaglio dei sensi” , ha affermato che la notifica del gravame non si è perfezionata nei confronti della Regione Lazio, poiché la cartolina con l’avviso di ricevimento restituita al mittente, avente il timbro postale del 12.10.2012 è priva della firma del ricevente e/o del timbro dell’Ufficio della Regione Lazio, attestante il “pervenuto” . Senonché, rileva questa Commissione che, come riportato nella parte in fatto, dalla suddetta cartolina emerge assai chiaramente che la consegna è stata effettuata ai sensi dell’art. 20 D.M. 1.10.2008 concernente la fattispecie di “invii multipli a unico destinatario” , per i quali la sottoscrizione del relativo avviso di ricevimento da parte del ricevente non è richiesta, facendo fede semplicemente il timbro dell’addetto al recapito, il quale ha effettivamente barrato la casella “consegna effettuata ai sensi dell’art. 20 del D.M. 1.10.2008″ ed apposto il timbro datario e la sua firma. Al riguardo, premesso che la giurisprudenza sia di merito che amministrativa ha da tempo enucleato tra le ipotesi che concretizzano la cosiddetta svista del giudice (in cui si sostanzia l’ “errore di fatto” di cui all’art. 395  n. 4 c.p.c.) non solo la mancata lettura o a mancata percezione di atti interni al giudizio, ma anche la loro erronea lettura, il Collegio rileva che proprio quest’ultima è effettivamente intervenuta nella fattispecie ed ha costituito il presupposto per l’erronea statuizione.

Commissione tributaria regionale di Roma, sentenza 20 novembre 2014 n. 6994/20/14

La responsabilità dell’editore degli elenchi telefonici

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La società che gestisce la pubblicazione degli elenchi telefonici risponde per i danni arrecati all’impresa commerciale che abbia visto pubblicato, quale propria unica utenza, un numero erroneo, salvo che non dimostri che l’erroneo accoppiamento del soggetto titolare dell’utenza con un numero sbagliato sia stata causata, a monte, dal gestore telefonico in sede di trasmissione dei dati.

Il principio è stato affermato dalla sentenza del Tribunale di Roma, Sez. IX, Dr Colazingari, 26 maggio 2014 11695/2014.

La Corte d’appello di Roma sul contratto di somministrazione di mano d’opera

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In una recente decisione, la Corte d’appello di Roma ha ribadito il principio per cui il contratto di somministrazione di mano d’opera deve essere sufficientemente dettagliato anche in relazione alle ragioni che hanno imposto il ricorso alla somministrazione:

Deve, in conclusione ritenersi che ciò che il committente deve giustificare non è soltanto il carattere temporaneo dell’utilizzazione del lavoratore ma anche la scelta di ricorrere alla somministrazi one. Questa scelta, pur rimanendo, in conformità ai principi di cui all’art. 41, comma l, Cost una scelta imprenditoriale libera, è soggetta, nondimeno al controllo giudiziale (terzo comma dell’art 27) il quale, pur non esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano all’utilizzatore), è finalizzato alla verifica dell’effettiva esistenza delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili all’ordinaria attività dell’utilizzatore. (…) In conclusione, è necessario che nel testo contrattuale siano inseriti dati sufficienti a consentire, in caso di controversia tra le parti, nel corso del giudizio di controllare la reale sussistenza delle ragioni menzionate, ovvero a permettere di individuare le reali esigenze dell’azienda alle quali si è inteso sopperire con la stipulazione della somministrazione. Con la conseguenza che, per assolvere all’onere di specificazione, occorre che dalle ipotesi generali indicate dal legislatore, in via astratta,  nell’art. 20 comma 4 (ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo), le parti contraenti passino alla determinazione delle esigenze che, nel caso concreto, legittimano e motivano il ricorso  ad una assunzione con il contratto di somministrazione a termine, così da rendere controllabile da parte del giudice la reale sussistenza delle stesse.

Corte d’appello di Roma, 9 settembre 2014 n. 8845/2013.

Social media and criminal offences

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La Commissione della Camera dei Lords che si occupa di valutare l’impatto dei nuovi mezzi di comunicazione sul sistema normativo ha correttamente affermato che non sono necessarie nuove leggi per contrastare i reati commessi attraverso l’uso dei social media.

Our overall conclusion is that the criminal law in this area, almost entirely enacted before the invention of social media, is generally appropriate for the prosecution of offences committed using the social media.

Fortunatamente, almeno a Westminster non è stato ancora del tutto dimenticato l’ insegnamento di Spencer (da poco pubblicato anche in italiano) sull’inutilità — meglio: sull’evidente nocività — dell’eccesso di legislazione.

Qui il testo integrale del rapporto.

Responsabilità per errata pubblicazione di dati telefonici

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Il tribunale di Roma ha accertato la responsabilità extracontrattuale, con conseguente condanna al risarcimento dei danni, della società che pubblica elenchi telefonici organizzati per categorie commerciali, in relazione all’erronea pubblicazione del numero di telefono di un’impresa. Il tribunale ha ritenuto insufficiente la tesi della società editrice, che aveva sostenuto di essersi limitata a pubblicare i dati forniti dalla compagnia telefonica.

Tribunale di Roma, Sez. IX, Dott. Colazingari, 26 maggio 2014 n. 11695.